mercoledì 23 maggio 2012
GRAMSCI E TURATI

CORRADO OCONE
lunedì 21 maggio 2012
PARTITI ED EQUIVOCI
I partiti in Italia sono troppo deboli o troppo forti? Per
l’oggi non è difficile rispondere: evidente è la loro fragilità. In realtà,
però, anche ai tempi della prima Repubblica la loro invadenza tradiva una
debolezza di fondo. Debordavano dai compiti costituzionali e smarrivano senso e
obiettivi della loro azione, configurando così un assetto partitocratico, ma la
loro capacità di governare e orientare le scelte della comunità era alquanto
deficitaria. La cosiddetta partitocrazia senza partiti, perciò, affonda lì le
sue radici: rispetto ad esempio all’Spd e alla Cdu tedeschi i principali
soggetti politici italiani degli anni ’80 erano alquanto anemici, carichi di
ambiguità e contraddizioni e sovente in flessione elettorale.
Non a caso, poi, gli ambienti “illuminati” già allora invocavano
un governo di tecnici. Dagli anni ’90, naturalmente, il vuoto lasciato dai
grandi partiti rappresenta una sorta di voragine e i tentativi compiuti per
colmarlo paiono tutti inadeguati. Si tratta certo anche di processi comuni alle
altre democrazie occidentali, ma da noi il fenomeno assume tratti peculiari e
più marcati.
Nell’immaginario dei più, ad esempio, la figura del
funzionario o del dirigente di una forza politica viene associata non a una
scelta di vita, com’era un tempo, bensì, nell’ipotesi migliore, al grigiore
burocratico e parassitario. Da qui l’accusa mossa al presidente francese
Hollande di essere stato un uomo d’apparato.
Da qui, anche, il tentativo compiuto da diverse aree
politiche di “sedurre” personaggi come Luca Cordero di Montezemolo, quasi a
eludere ruoli e responsabilità. Ecco: a mo’ di provocazione, verrebbe da
scrivere un “elogio del funzionario”. Già: perché i partiti tedeschi, poniamo,
hanno i loro funzionari e i loro dirigenti, e riescono nel contempo a esprimere
leadership forti e autorevoli, alla guida di uno dei Paesi più solidi al mondo.
Beato quel popolo che non ha bisogno dei Montezemolo, verrebbe da aggiungere.
Insomma: con un paradosso solo apparente, potremmo dire che l’Italia
necessita di una presenza più autorevole dei partiti – di partiti veri, non di
fazioni e gruppuscoli di pressione – e nel contempo di meno partitocrazia.
Danilo Di Matteo
giovedì 3 maggio 2012
LIB E LAB, UNA FALSA DICOTOMIA
Anni fa si dissertava copiosamente sulle “due sinistre”:
quella radicale, incarnata soprattutto da Fausto Bertinotti, e quella
riformista. Oggi viene proposta con insistenza un’altra dicotomia: si andrebbe
delineando a sinistra una frattura insanabile fra liberal e neolaburisti. Da
qui l’esigenza di collocarsi da un lato o dall’altro: un vero aut-aut.
Eppure i meno smemorati hanno bene in mente che alcuni fra i
momenti più esaltanti e fecondi della sinistra del Novecento sono scaturiti
dall’incontro fra il pensiero e le pratiche dei liberali e quelli dei
socialisti. Lo stesso Stato sociale, che ha caratterizzato il “trentennio d’oro
socialdemocratico”, è in gran parte stato il frutto delle intuizioni di
liberali come Keynes e Beveridge. Per non dire dell’influenza della tradizione
laburista britannica e del fabianesimo su autori come Carlo Rosselli, teorici
del socialismo liberale. O dello sforzo di elaborare, in anni più recenti, una
linea lib-lab, tale da coniugare i meriti con i bisogni. Un tentativo
riproposto poi, sotto l’influenza di Tony Blair e di Anthony Giddens, in
versione “lib-lib-lab”.
La condizione sociale, naturalmente, non si esaurisce in
quella lavorativa. Altri fattori, oltre alle ore trascorse a lavorare e al
reddito, influenzano il nostro benessere: dalla situazione abitativa a quella
del quartiere, dall’accesso all’istruzione, all’informazione e alla cultura
alla diffusione e alla qualità di servizi quali quelli sanitari o gli asili
nido. Senza dimenticare i problemi di fasce significative della popolazione
colpite dalla disabilità o dai disturbi psichiatrici gravi, oppure l’importanza
o anche la centralità ormai assunta nella vita di molti dal tempo libero.
D’altro canto, però, come non scorgere nell’inoccupazione o
nella “cattiva occupazione” soprattutto di tanti ragazzi un motivo di
frustrazione e di degrado della stessa convivenza civile? Il rimedio non
consiste, come ovvio, nel riproporre il mito della piena occupazione. Occorrono
piuttosto politiche volte a dare concretezza alla formazione permanente, a
promuovere occasioni di crescita e opportunità per ampliare gli orizzonti.
Volte a motivare i singoli e i gruppi e a valorizzare le capacità e le
peculiarità di ciascuno.
Occorrerebbe una nuova etica del lavoro, tale da riconoscere
il ruolo e l’importanza di tale aspetto nella nostra vita, integrandolo nel
contempo con le altre dimensioni dell’esistenza. Insomma: potremmo darci
l’obiettivo di una maggiore libertà nel lavoro, al di fuori del lavoro e,
perché no, anche dal lavoro.
Un proposito troppo “lib” oppure troppo “lab”? Difficile
dirlo. Come arduo è insistere su una dicotomia in gran parte priva di senso. Si
può essere più sensibili alle istanze del lavoro o a quelle, magari, di chi
ancora non lavora stabilmente o non lavora più. Ma fare di ciò la principale
linea di frattura addirittura fra due sinistre sarebbe ingannevole e
pericoloso.
DANILO DI MATTEO
DANILO DI MATTEO
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